Con Jonathan Littell*, Emiliano Sfara**, Orazio Garofalo*** e la squadra di Limes, facciamo il punto su Mr. Putin, una pericolosa banda di paranoici, un pezzetto magniloquente di patografia e di nosografia psichiatrica.
Astenersi perditempo
a cura di Massimo Celani
Astenersi perditempo. O almeno evitiamo di dire cazzate su Putin e sull'Ucraina. Quelle delle 5 leghe, di Santoro, di Conte, di Luigi De Magistris e via peggiorando. Meglio fermarsi in edicola a comprare una copia di Limes. Meglio un numero vecchio, il n.4 del 2022, quello che per fortuna - nell'ipocrita Italietta - aprì le danze. Lo sappiamo, costa 15 euro, ma li vale tutti. In particolare "Lettera da Kiev" di Constantin Sigov, una testimonianza da Kiev sotto assedio. Scritta direttamente in francese (Sigov, di formazione filosofo, ha insegnato a Parigi alla Sorbona e all’Ehess, l’Istituto di alti studi in scienze sociali), e contemporaneamente pubblicata in Francia da Les Editions du Cerf. Ovviamente la si trova anche on line ma suggeriamo di evitare "limesonline" che immancabilmenta sabota google e attiva l'orribile Yahoo. Meglio appoggiarsi al seguente sito https://www.nuovatlantide.org/lettera-da-kiev/
(...) Da un discorso elaborato per giustificare degli atti illeggittimi, Putin sembra passato a un monologo allucinato. Già otto anni fa Angela Mekel lo giudicava "sconnesso dalla realtà". Da allora questo distacco è stato accentuato dal suo stretto isolamento in un bunker durante l'epidemia. Vivendo nella sua bolla, gli è difficile distinguere fra le sue invenzioni e la sua idiosincrasia. (...)
«Se non io ora, chi, quando?». Vladimir Vladimirovic Putin lo ripeteva da tempo ai rari intimi, con quel mezzo sorriso tirato che per l’età pare smorfia. Sapendolo allenato a governare un carattere emotivo e violento, i pochissimi che si scontravano con quell’anacoluto preferivano leggervi acida battuta anziché minaccia in cifra. Fino all’alba del 24 febbraio. Quando Putin ha annunciato alla Russia e al mondo che i suoi carri armati stavano invadendo l’Ucraina. Per riportare i «fratelli» a casa. Prima che il loro appartamento diventi americano. E che al Cremlino sieda un successore, di certo meno capace.
Il presidente russo è l’invidia di ogni decisore. Nessuno fra i capi delle potenze avvicina il suo potere. Filosofi e politologi di cultura liberale lo bollano «totalitario». Definizione generica, di scarsa pregnanza per l’analisi geopolitica. Acquista senso solo se decrittata nel suo contesto. Per noi occidentali è sinonimo di oppressione. Nel sistema russo – zarista, sovietico e putiniano, ciascuno con le sue variazioni e i suoi bemolle – vale l’opposto. ("Lucio Caracciolo, Platov non ha paura", in "Il caso Putin", n.4, 2022)
Nello specchio bielorusso
Per il regime putiniano, la contabilità degli orrori staliniani deve restare un affare strettamente interno alla Russia. Non vanno giudicati dunque i crimini contro l’umanità, bensì i crimini contro «i nostri»: i numeri, le circostanze, i meccanismi sono materia della propaganda, non della storia. Il sistema dittatoriale instaurato da Vladimir Putin esige che siano trattati come «questioni locali», estranei a ogni competenza fuor che la sua. Ha un grande interesse in tutto ciò. Essendo i crimini di Stato dell’Urss condannabili soltanto in funzione di un criterio di aggiustamento ideologico, i sicari che a Mosca hanno assassinato Anna Politkovskaja e Boris Nemcov sono a piede libero. L’impunità dei criminali di oggi va a braccetto con la politica di amnesia nazionale sui crimini del passato.
Il timore di dover comparire davanti a un tribunale internazionale spiega perché, consciamente o meno, questo regime dimostra tanta inerzia ossessiva. La retorica maniacale del Cremlino sull’Alleanza Atlantica sembra insensata finché non vediamo che dietro la sigla Nato si profila la possibilità di una nuova Norimberga.
È ciò che segnala, a suo modo, lo specchio del complice di Vladimir Putin, Aljaksandr Lukašenka. Che cosa importa al dittatore di Minsk del tribunale dell’Aia se i suoi crimini sono un «affare interno» alla Bielorussia? L’autocrate sottrae alla giurisdizione del mondo civilizzato il paese di cui si è impadronito. Sottrae dallo spazio dell’umanità il territorio che terrorizza. Grazie all’isolamento del regime neosovietico da lui messo in piedi, si fregia del diritto esclusivo di compiere impunemente il male dentro le sue frontiere.
È evidente che questo male cresce all’ombra della stoltezza dei commentatori stranieri che chiudono gli occhi su quanto accade «laggiù» come se non riguardasse «qua». Non bastano i malfattori per minimizzare l’unità del genere umano, la negano anche gli stolti: Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo martire del nazismo, spiegava che questi ultimi sono più pericolosi dei loro compari perché il loro sentimento di autosufficienza inclina all’autodistruzione.
Aljaksandar Lukašenka non ha certo la stoffa dell’eroe; per raffreddarne l’ardore repressivo, sarebbe sufficiente ricordargli l’esempio del serbo Slobodan Miloševic, arrestato e sottoposto a giudizio dopo le guerre di Jugoslavia, e minacciarlo di subire la stessa sorte. Nell’attesa, i dirigenti europei dovrebbero spiegare al satrapo di Minsk che il conflitto scatenato contro Kiev non lo riguarda e che inviare i suoi miliziani al fianco degli invasori russi gli sarà fatale.
Quale modello di relazione propone all’Ucraina chi, in Russia e in Bielorussia, si prepara a celebrare nel dicembre 2022 il centenario della creazione dell’Unione Sovietica? Il dominio della violenza, della costrizione e dell’oppressione illimitata, sin dagli inizi cuore del sistema totalitario comunista. Quello che il regime di Putin esercita sul regime di Lukašenka con la collaborazione di quest’ultimo. Quello che l’Ucraina rifiuta sforzandosi di smascherare la glorificazione del male che lo fonda. (Costantin Sigov, Lettera da Kiev, traduzione di Federico Petroni e Gianni Nela).
Astenersi perditempo, dunque. O almeno - in subordine - evitiamo di dire cazzate su Putin e sull'Ucraina. Quello delle 5 leghe è un pacifismo tardivo, miope, cinico e disinformato.
(...) Da un discorso elaborato per giustificare degli atti illeggittimi, Putin sembra passato a un monologo allucinato. Già otto anni fa Angela Mekel lo giudicava "sconnesso dalla realtà". Da allora questo distacco è stato accentuato dal suo stretto isolamento in un bunker durante l'epidemia. Vivendo nella sua bolla, gli è difficile distinguere fra le sue invenzioni e la sua idiosincrasia. (...)
«Se non io ora, chi, quando?». Vladimir Vladimirovic Putin lo ripeteva da tempo ai rari intimi, con quel mezzo sorriso tirato che per l’età pare smorfia. Sapendolo allenato a governare un carattere emotivo e violento, i pochissimi che si scontravano con quell’anacoluto preferivano leggervi acida battuta anziché minaccia in cifra. Fino all’alba del 24 febbraio. Quando Putin ha annunciato alla Russia e al mondo che i suoi carri armati stavano invadendo l’Ucraina. Per riportare i «fratelli» a casa. Prima che il loro appartamento diventi americano. E che al Cremlino sieda un successore, di certo meno capace.
Il presidente russo è l’invidia di ogni decisore. Nessuno fra i capi delle potenze avvicina il suo potere. Filosofi e politologi di cultura liberale lo bollano «totalitario». Definizione generica, di scarsa pregnanza per l’analisi geopolitica. Acquista senso solo se decrittata nel suo contesto. Per noi occidentali è sinonimo di oppressione. Nel sistema russo – zarista, sovietico e putiniano, ciascuno con le sue variazioni e i suoi bemolle – vale l’opposto. ("Lucio Caracciolo, Platov non ha paura", in "Il caso Putin", n.4, 2022)
Per il regime putiniano, la contabilità degli orrori staliniani deve restare un affare strettamente interno alla Russia. Non vanno giudicati dunque i crimini contro l’umanità, bensì i crimini contro «i nostri»: i numeri, le circostanze, i meccanismi sono materia della propaganda, non della storia. Il sistema dittatoriale instaurato da Vladimir Putin esige che siano trattati come «questioni locali», estranei a ogni competenza fuor che la sua. Ha un grande interesse in tutto ciò. Essendo i crimini di Stato dell’Urss condannabili soltanto in funzione di un criterio di aggiustamento ideologico, i sicari che a Mosca hanno assassinato Anna Politkovskaja e Boris Nemcov sono a piede libero. L’impunità dei criminali di oggi va a braccetto con la politica di amnesia nazionale sui crimini del passato.
Il timore di dover comparire davanti a un tribunale internazionale spiega perché, consciamente o meno, questo regime dimostra tanta inerzia ossessiva. La retorica maniacale del Cremlino sull’Alleanza Atlantica sembra insensata finché non vediamo che dietro la sigla Nato si profila la possibilità di una nuova Norimberga.
È ciò che segnala, a suo modo, lo specchio del complice di Vladimir Putin, Aljaksandr Lukašenka. Che cosa importa al dittatore di Minsk del tribunale dell’Aia se i suoi crimini sono un «affare interno» alla Bielorussia? L’autocrate sottrae alla giurisdizione del mondo civilizzato il paese di cui si è impadronito. Sottrae dallo spazio dell’umanità il territorio che terrorizza. Grazie all’isolamento del regime neosovietico da lui messo in piedi, si fregia del diritto esclusivo di compiere impunemente il male dentro le sue frontiere.
È evidente che questo male cresce all’ombra della stoltezza dei commentatori stranieri che chiudono gli occhi su quanto accade «laggiù» come se non riguardasse «qua». Non bastano i malfattori per minimizzare l’unità del genere umano, la negano anche gli stolti: Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo martire del nazismo, spiegava che questi ultimi sono più pericolosi dei loro compari perché il loro sentimento di autosufficienza inclina all’autodistruzione.
Aljaksandar Lukašenka non ha certo la stoffa dell’eroe; per raffreddarne l’ardore repressivo, sarebbe sufficiente ricordargli l’esempio del serbo Slobodan Miloševic, arrestato e sottoposto a giudizio dopo le guerre di Jugoslavia, e minacciarlo di subire la stessa sorte. Nell’attesa, i dirigenti europei dovrebbero spiegare al satrapo di Minsk che il conflitto scatenato contro Kiev non lo riguarda e che inviare i suoi miliziani al fianco degli invasori russi gli sarà fatale.
Quale modello di relazione propone all’Ucraina chi, in Russia e in Bielorussia, si prepara a celebrare nel dicembre 2022 il centenario della creazione dell’Unione Sovietica? Il dominio della violenza, della costrizione e dell’oppressione illimitata, sin dagli inizi cuore del sistema totalitario comunista. Quello che il regime di Putin esercita sul regime di Lukašenka con la collaborazione di quest’ultimo. Quello che l’Ucraina rifiuta sforzandosi di smascherare la glorificazione del male che lo fonda. (Costantin Sigov, Lettera da Kiev, traduzione di Federico Petroni e Gianni Nela).













