Una cosa perennemente innominabile
di Massimo Celani
Nomina
non sunt consequentia rerum
Ecco invertito il rapporto tra il nome e la cosa. E’ un celebre ribaltamento lacaniano[1]. Recalcati è tanto bravo ma per favore non si supponga un suo copyright su qualsiasi questione che possa attenere a quel campo. Trattasi di rivisitazione blasfema in chiave di marketing e di pubblicità delle sempre spinose questioni di filosofia di linguaggio. I nomi, le parole, sono conseguenza delle cose? O forse possiamo affermare esattamente il contrario? E cosa vuol dire “conseguenza” in questo caso?
Ciò che con mesto tecnicismo i pubblicitari definiscono naming non è altro che il camuffamento di una pratica emula del padreterno. Coincidendo la creazione del mondo con un atto di nominazione. Più sobriamente o – perlomeno – con competitività trattenuta nei confronti della sfera celeste, si tratta di trovare un fondamento alla marca (branding è infatti la funzione correlata).



