C’è un celebre testo di Lacan, dal titolo praticamente intraducibile, L’Étourdit, che inizia con una frase, anch’essa celebre: «Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende». Qui, Lacan distingue accuratamente i suoi tre registri: c’è “ciò che si dice”, ossia il significante, e “ciò che si intende”, il significato. E poi c’è un “che si dica”, un registro del dire che si distingue sia dal simbolico che dall’immaginario, ed è il registro del reale. Che l’uomo sia un animale che ha la parola, non significa semplicemente che sia un animale che comunica, perché questo lo fanno tanti altri animali. Il linguaggio non è un attributo, ma fa parte dell’essere dell’uomo, un essere che si realizza, che si fa reale parlando. Il linguaggio è ciò che provoca un’altra soddisfazione nel parlante, altra rispetto a quella del bisogno, ed è con questa soddisfazione che l’analisi deve lavorare, facendola emergere, estraendola, lavorandola, moderandola, limitandola.
È per questo che Lacan parlerà di linguisteria, più che di linguistica, nell’ultima parte del suo insegnamento: una linguistica sui generis, al cui interno spicca la questione isterica, ossia quella squisitamente psicoanalitica.
Lacan ha cercato di dare un’altra direzione all’uso del linguaggio in psicoanalisi. Faccia parole crociate: non è solo il suggerimento che dobbiamo dare a quei pazienti che vengono a cercare da noi qualche rimedio per gli inevitabili disturbi della memoria dell’età, ma è anche il consiglio al giovane psicoanalista che Lacan pone come epigrafe della seconda parte di “Funzione e campo”. Le parole crociate, infatti, esemplificano perfettamente quella letteralità dell’Altra scena che Lacan rendeva con la sua celebre affermazione “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Lacan, è noto, ha utilizzato lo strutturalismo di de Saussure, di Lévi-Strauss e di Jakobson per rileggere come saggi di linguistica alcuni testi che hanno fondato la psicoanalisi : L’interpretazione dei sogni, La psicopatologia della vita quotidiana, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. La distinzione tra significante e significato, la traduzione delle caratteristiche particolari del sistema inconscio in termini di metafora e metonimia, il concetto stesso di struttura hanno permesso di fondare su basi scientifiche più ampie la teoria psicoanalitica.
Fulvio Marone
VIII Convegno Nazionale FPL, Milano 1-2 giugno 2013
La Star viene creata il 21 giugno 1948 da Regolo Fossati.
Il nome dell’azienda nasce dall’acronimo di Stabilimenti Alimentari Riuniti e corrisponde, contemporaneamente, alla traduzione inglese del nome della moglie di Regolo Fossati, Stella (Piluso, 1995)
Star - Dado Doppio Brodo con Aldo Fabrizi, Regia di Vito Molinari, Sceneggiatura di Marcello Marchesi.
Con MWB - sulla scia dei calembour di Lacan - Baudrillard all'Unical
di buon grado per due giorni si trasformò pure in un dado, quello del doppio brodo Star.
L’idea baudrillardiana di simulacro e di simulazione, di iperrealtà collimava con quella etnologica di bilocazione di una veggente molto famosa e venerata qui in Calabria (Natuzza Evolo) e con gli avvistamenti del Prof. Piperno in più città contemporaneamente.
Da qui l'idea del "doppio", il doppio Baudrillard.
Nella foto di Annarosa Macrì Marcello alla lavagna in versione Doppelgänger
"Le generazioni peggiorano sempre più. Verrà un tempo in cui saranno talmente maligne da adorare il potere; il potere equivarrà a diritto per loro, e sparirà il rispetto per la buona volontà. Infine, quando l'uomo non sarà più capace di indignarsi per le ingiustizie o di vergognarsi in presenza della meschinità, Zeus lo distruggerà. Eppure, persino allora, ci sarebbe una speranza, se soltanto la gente comune insorgesse e rovesciasse i tiranni che la opprimono".
Mito Greco sull'Età del Ferro.
"Da un lato, l'uomo è affine a diverse specie animali, poiché combatte i propri simili. Ma dall'altro, egli, fra le migliaia di specie in lotta, è l'unico che combatta per distruggere... La specie umana è l'unica che pratichi l'omicidio di massa, pesce fuor d'acqua all'interno della propria società".
Nikolaas Tinbergen
In esergo a Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana,traduzione di Silvia Stefani, A. Mondadori, 1978
tra le mostre fotografiche di L'Impronta (di Antonio Armentano, curate da MWB), si segnalano "Riscatti" (2013) e puoi giurarci che il senso prevalente sarà "ri-scatti" (foto ri-scattate - in tutti i sensi - da altri fotografi) e "Posti italiani" (2018) che mette in gioco l'ambiguità tra "posto" inteso come luogo e come "post", elemento basico della scrittura telematica (oltre ovviamente al sintagma più distribuito nel nostro paese). "Titolista" suggerisce giustamente Caterina Martino, segnalando una attitudine di confine tra il giornalismo e il copywriting pubblicitario (la mente va in tal caso ai gioielli de il Manifesto e (a volte) de il Foglio: "Selfielosophy", "Il metacinema è una cosa deleuziosa", "Il ground zero della scrittura", "Apocalypse news", "Insegnocinema", "I predatori dell’aura perduta", sono solo alcuni degli ironici e acuti titoli dei suoi saggi. Sceneggiatore televisivo: autore di soggetti come Bronzer. Il giorno che rapirono i bronzi di Riace (RAI, 1982). E altro ancora. (...)
Insomma, l'aggettivo deliziosa diventa "deleuziosa", l'arca diventa aura quand'è perduta, il grado zero scivola nel ground dopo le torri gemelle. E poi, in contesti pubblicitari (ne gioirà Beniamino Morrone, dirigente Carical) i compagni di banco apriranno a quelli di bancomat. Con la stessa nonchalance con la quale un programma tv di Rai3 Calabria potrà intitolarsi "la mia ragazza fa il saldatore". Salta agli occhi però che nella lista di titoli raccolta da Caterina c'è qualcosa che non funziona, per logica e stile. Ed è quel "Bronzer. Il giorno che rapirono i due di Riace". Dopo quello scivolamento da grado a ground, da now a news (intendendo l'apocalisse), dopo quel "deleuzioso" e quel sottile "insegnocinema" che fa il verso alla storica rivista di Mario Calderale "segnocinema", quel bronzer resta appeso e deludente, privo di vigore e di rigore. Questo perchè non è di MWB ma di chi ora sta scrivendo per emendare. Infatti non fu propriamente uno storyboard ma una specie di animatic (soggetto, sceneggiatura, storyboard, etc.: parole ormai affermate tra le forme di progettazione e di ipotetigrafia cinematografica) che BMW mi appaltò con la complicità del capostruttura RAI dott. Minasi. Insomma, tra tante delicatessen bruniane, spicca, stona, una celanata. Della quale mi scuso.
Quasi tutti metaplasmi, ché gli erano più congeniali dei metalogismi: allitterazioni, assonanze, paranomàsie, annominazioni, poliptòti, insomma calembour. Inutile dire che soprattutto in questo settore, quello della brevitas, MWB mi ha insegnato tutto, ovviamente "facendo", scrivendo, poponendo elaborazioni possibili in quei luoghi virtuali che l'advertising chiama brainstorming: "verba docent (o movent), exempla trahunt" locuzione proverbiale secondo la quale «le parole incitano, gli esempî trascinano». Che in fondo è la costante dei ricordi "accorati" dei suoi studenti Unical. Per me che sono stato un suo studente storicamente ritardatario, allievo fuori-corso, e poi per qualche anno collega, posso dire che MWB - di pochi anni più vecchio di me - mi ha avviato prima e accompagnato poi nella ricerca del godimento testuale. Insomma, mi ha insegnato a studiare, il primo che mi ha fatto capire che - come forse avrebbe detto lui - lo studio è dell'ordine dello scialo, dello scialamento, (oggi molto in voga tra i gruppi giovanili) "scialla": ed eccoci tornati barthesianamente al piacere e al godimento. MWB è da annoverare tra quelli che Ida Travi definisce "maestri indiretti", i vicini di aula, nella cui classe sei entrato per sbaglio: "buongiorno sig. Godard!", ma no era BMW. Fresco di laurea a Bologna con Eco, con me cominciò proprio dalla Traumdeutung, oggetto della sua tesi di laurea. Scriverà poi Fulvio Marone, un altro bravo che ci ha lasciato con sommo anticipo, "La Deutung, l’interpretazione, è la soluzione che Freud ha proposto per risolvere la querelle metodologica che, alla fine del XIX secolo, opponeva le Naturwissenschaften, le scienze della natura, alle Geisteswissenschaften, le scienze umane." (...) Lacan faceva due esempi: “sei la mia donna” e “sei il mio maestro”. Riconoscere l’altro come “la mia donna” o “il mio maestro” significa implicitamente e di ritorno riconoscere se stessi come “il tuo uomo” o “il tuo allievo”, dunque essere riconosciuti dall’Altro simbolico, all’interno del quale il soggetto è rappresentato da un significante presso un altro significante, che rinvia a tutta la catena significante. Se io sono allievo, è perché c’è un mio maestro che è a sua volta riconosciuto da un’istituzione, e dunque da tutto l’ordine simbolico in cui io e lui siamo situati. Altrimenti saremmo nella psicosi, laddove ci si può rappresentare come Napoleone, anche se non c’è nessuno che ci riconosca come tale. Fulvio Marone, VIII Convegno Nazionale FPL, Milano 1-2 giugno 2013, “Affetti/Effetti in psicoanalisi”, (Testo postumo letto da Francesca Tarallo).
La maestria - nel mio caso- fu indiretta anche in relazione al campo d'insegnamento. Che non era il cinema e nemmeno la fotografia, ma quello freudiano o - se vogliamo - lacaniano. E' noto che Lacan usava dire: per quanto mi riguarda resto freudiano (...voi definitevi come vi pare). BMW mi spinse prima tra le braccia di mamma RAI (come programmista-regista) poi tra quelle delle pratiche di scrittura, prima delle quali quella pubblicitaria. In vena di gratitudine e ringraziamenti tardivi, ricorderò anche Paolo Jedlowski che "intanto" mi cazziava per le parole tedesche - soprattutto quelle del lessico freudiano - che immancabilmente storpiavo.
Due ultime chicche del BMW copywriter: Reich & Roll (con tazebao annesso in zona Palazzo degli uffici a Cosenza, negli anni del Centro Wilhelm Reich); e poi, "Il doppio Baudrillard" . Un intervento con volantino diffuso al polifunzionale di Arcavacata in occasione della partecipazione a un convegno sul "doppio" di Jean Baudrillard, evocato tramite aequivocatio, "aequivoca verba" del doppio brodo Star. Annota Giovanni Baule: "la traduzione di sistemi di valori attorno al prodotto di consumo tramite un processo di personificazione del prodotto, ora trasferito su un nuovo piano narrativo, quello della domesticità". Il messaggio pubblicitario esplicitamente suonava così: “Costa poco, rende molto, è buono – e poi è anche doppio -”. Ma il tema del doppio, all'Università della Calabria, era cogente per tanti motivi. Gli avvistamenti contemporanei in più città del Prof. Piperno (in odore di collusione col terrorismo) s'intrecciava con le bilocazioni di una veggente particolarmente venerata (Natuzza Evolo di Paravati) e con l'elaborazione centrata sull'iperrealtà, la simulazione, i simulacri, etc.
Così coi soliti guizzi di MWB, Baudrillard all'Unical, di buon grado per due giorni si trasformò pure in un dado, quello del doppio brodo Star.
L’hanno scritto in tre – Eugenio Colorni, Ernesto
Rossi, Altiero Spinelli – su un’isola dove erano confinati. È il manifesto di
Ventotene, il progetto di un’Europa possibile e necessaria.
Era l’estate del ’41, molto preoccupante, per
l’Italia, l’Europa, il mondo. Può aiutarci ad affrontare i tempi orribili nei
quali siamo entrati.
(Elogio delle ammorsature)
(...) Rileggiamo i primi articoli della nostra
costituzione e fermiamoci sull’11 (quante volte l’avremo sentito?): “L’Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le
Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale
scopo”. È il ripudio dell’ottuso sovranismo per una prospettiva più ampia, la
sola che può dare speranza.
Lo diceva bene
Calamandrei: “Come gli architetti nel costruire parte di un edificio che dovrà
esser compiuto nell’avvenire lasciano nella parete destinata a servire
d’appoggio certe pietre sporgenti che essi chiamano ammorsature, cosi è
concepibile che nella Costituzione italiana siano inserite, in direzione della
federazione non ancor nata, cosiffatte ammorsature giuridiche, che potranno
domani servire di raccordo e di collegamento con una più vasta costruzione
internazionale: offerte unilaterali che mostreranno fin d’ora la nostra buona
volontà, e che, funzionando oggi da invito e da esempio, potranno domani,
quando il nostro richiamo sarà compreso, trasformarsi in intese e, via via, in
aggregati sempre più solidi e più spaziosi “.
Mòrsa (enciclopedia Treccani)
Nelle strutture in muratura costituite da due o più paramenti verticali affiancati, ogni pietra o mattone (detta anche ammorsatura o immorsatura) che per la sua maggiore lunghezza sporge dalle altre dello stesso corso esercitando un’azione di collegamento (o di ammorsamento) con il paramento contiguo; è un tipo di attacco che serve a dare una migliore continuità diminuendo il pericolo delle incrinature, che si possono formare lungo l’unione per l’assestamento della nuova costruzione.
L’aggregato più solido e spazioso è l’Europa. Non
possiamo rinunciarvi per rinchiuderci in spazi nazionali asfittici e
pericolanti, in balia di potenze economiche, politiche e militari che vediamo
all’opera contro tutti i principi che abbiamo condiviso nella carta del Diritti
fondamentali dell’Unione Europea: dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà,
cittadinanza, giustizia. Piero Calamandrei riuscì a cogliere, con una metafora
architettonica alquanto singolare, questa tensione espansiva del testo
costituzionale e, soprattutto, l’«ineludibilità storica dell’espansione dell’associazionismo
internazionale» che, già alla fine degli anni ’40, era percepita come una
scelta non più ritrattabile; il padre costituente, infatti, parlò di
«ammorsature giuridiche» per indicare quelle disposizioni che, in un futuro,
non ancoraimmaginabile o comunque non
pienamente configurabile negli anni in cui operò la Costituente, sarebbero potute
«servire di raccordo e di collegamento con una più vasta costruzione internazionale».
[1]Questa visione sovrannazionale e comunitaria (e poi
europea) del patto costituzionale rappresenta un’importante eredità per gli
operatori giuridici e la classe politica di oggi; avendo a mente il formidabile
percorso di integrazione europeo compiuto dal nostro paese, quelle ammorsature giuridiche,
di cui parlava Calamandrei, sembrano aver raggiunto lo scopo prefissato. La
previsione introdotta con la legge costituzionale n. 3 del 2001 s’inserisce in
questa prospettiva generale, rappresentando, senza ombra di dubbio,
un’evoluzione in senso migliorativo di quanto già auspicato dai padri
costituenti.
Non a caso nel corso degli anni, dall'ammirazione
reciproca nascerà una profonda amicizia, che farà dire a Bobbio di Calamandrei:
«era quello che avrei voluto essere».
Succede però che l’ex premier Conte, nonostante
l’infarinatura di cultura giuridica, ha poi rilanciato la sua richiesta su uno
stop alle armi per Kiev: “Non credo che il governo italiano, dopo tre invii di
forniture, si debba distinguere per continuare a riarmare l’Ucraina. Ci dicono
gli esperti che l’Ucraina in questo momento è uno dei paesi più armati al
mondo“. Non che da ciò che resta del M5S ci saremmo aspettati qualcosa di
diverso. Miopia e cinismo li hanno nei cromosomi. “Né destra, né sinistra”, con
quell’antico assunto di base hanno sempre camuffato opportunismo e qualunquismo
di fondo, autoeleggendosi a movimento post-ideologico e transpolitico.
[2][Gli
artt. 10 e 11 Cost., il primo, statuendo la clausola internazionalistica e il
secondo, accettando solennemente «limitazioni di sovranità necessarie ad un
ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», rappresentano
il “cuore” della scelta di apertura dei padri costituenti e la base del
composito percorso intrapreso dall’Italia nel cammino d’integrazione europea e
nel riconoscimento delle numerose Carte dei diritti elaborate in ambito internazionale
(come, ad esempio, la CEDU o la Convenzione di Ginevra sullo status di
rifugiato del 1951). Le cose dette finora e, soprattutto, ciò che si potrebbe
dire ancora su questo tema vastissimo, confermano che il principio internazionale
potrebbe essere considerato un principio supremo, tale da resistere al
procedimento di revisione costituzionale, in virtù dell’impronta espansiva
dell’art. 139 Cost., più volte menzionata. L’intangibilità della vocazione
internazionale si può accertare, non solo dalla collocazione degli artt. 10 e
11 Cost. nella prima parte della Costituzione, ma dalla constatazione che il
principio in esame è visceralmente collegato a Repubblica, che non può (o
sicuramente non può più) essere considerata una Repubblica democratica solo
intra moenia, ma anche europea; peraltro, le scelte compiute dall’Italia, dal
Trattato di Roma del 1957 in avanti, potrebbero confermare che il diritto
costituzionale italiano non può considerarsi avulso dal processo di
integrazione europeo. Uno dei risultati di questo lungo e complesso cammino è
stato la creazione di un sistema parlamentare euro-nazionale, nel quale il
Governo italiano opera contemporaneamente in due diversi contesti istituzionali
(quello nazionale e quello europeo); ciò non descrive solamente dall’esterno la
nostra forma di governo (e quindi la forma di Stato), ma la alimenta, la
integra, diventandone, così, un suo aspetto costitutivo.
Bordeaux, classe 1910, occhiali spessi e basco, 4 foto-quattro
rintracciabili su google e una su wikipedia: questa.
Somiglia a Orazio, e non solo fisicamente. "Il dénonce ce qu'il considère être la dictature de l'économie et du développement et s'impose comme pionnier de l'écologie politique. Come pure Orazio nel comprensorio del Potame Busento in provincia di Cosenza, Charbonneau sognò una République des Pyrénées, une forme d'organisation de la société, radicalement différente des idéologies du xx siècle, ancorata alle prime esperienze telematiche italiane come i Bulletin Board System (BBS), sull'Orienteering e su una poetica anarcoide che favoriva lo strappare le pagine delle guide turistiche.
Le Jardin de Babylone, 1969, (2002); Il Giardino di Babilonia, Edizioni degli animali, Milano 2022 (Traduzione italiana di Simona Mambrini, a cura di Daniel Cérézuelle, prefazione di Goffredo Fofi, postfazione di Serge Latouche).
* Jalabert Guy. Maurice Bardet, Bernard Charbonneau, La fin du paysage. In: Revue géographique des Pyrénées et du Sud-Ouest, tome 45, fascicule 2, 1974. Petites villes et espace rural. p. 216.
Davide Brullo
"Più che i fastosi proclami sulla "tutela" della natura, sempre a favore di pubblico, scrive Charbonneau in questo libro scomodo, scostante, meraviglioso, curiamo la nostra natura etica, "perché non rifiutare le agenzie di viaggio, la segnaletica e le seggiovie? Perché non creare una consorteria di individui solitari, con l'obbiettivo di impedire l'invasione capillare della macchina e dell'organizzazione?". Troppo tardi? Intanto, impariamo i nomi degli alberi, il veleno delle erbe; a guardare nel coagulo delle costellazioni, a mangiare a mani nude, imboccando il debole".