Massimo Ammaniti sulla paranoia di Putin
Massimo Recalcati
Massimo Ammaniti sulla paranoia di Putin
Massimo Recalcati
Scornajenchi & Iozzo sono piuttosto exotici. Come
Gaugin cercano di far parlare l’alterità “senza assestare il proprio esilio in
un’altra appartenenza” (bella questa frase, non capisco cosa significhi ma
significherà senz’altro qualcosa di pertinente).
Veri bbifolki coll’orecchino e le crafatte ala storta,
Iozzo & Scornajenchi sono pure piuttosto zotici.
Artituristi esiliati in quel di Cosenza, agrituristi
internati tra Dipignano e Arcavacata.
Non sopportano il patetismo procedente dal postulato d’inerzia.
Ci propongono una allucinazione piacevolmente vera. Hanno abbastanza cosmo
dentro.
Mentre a noi cominciano a mancare il sole, la luna e le
mezze stagioni (signora mia!).
Alla fine del millennio, col pretesto delle invasioni
(dell’assessore diocenescansieanansi), erigono macchine celibi. Utili a
schiacciare l’osservatore. In altre parole, un classico desiderio di feem,
complicato da forti intenzioni duarcarie (mi si darà atto che gli scritti,
cosiddetti critici, di presentazione di qualche artistone non sono solitamente
più chiari di questo).
Fleefl? – ripetè il Rigeneratore.
Marfoosh – rispose Caswell, inventando la parola sul
momento.
Dov’è Basdeluto? E l’uomo che prese una paura in Belgio?
Vi manca una bella etichetta sulla merce, un cartiglio, un
bel titolo che solo Pasquale Basdeluto col suo fedele pungibullone sa
fabbricare. E per questo molto vi rimprovero.
Quanto agli alieni (quelli veri, quelli cattivi) essi
vivono. In basso. E lì volano.
Il male infatti può venire sia dall’Alto che dal Basso.
Essi si annidano, lo so per certo, nei centri interdipartimentali universitari.
Sono le sentinelle del politically correct. Non sono ultracorpi ma ci hanno già
invaso. Hanno vari travestimenti ma per lo più sono delle agrisociologhe
inneggianti alla sacra immagine di Maria Goretti e non hanno un marfoosh da
fare. Sarebbero fortemente in disaccordo con klatù-klatù.
Anche per questo l’abbiamo chiamata Arcavacata 3.
Come la terza puntata di Alien.
Occorerebbe nuclearizzare. Prima che nuclearizzino me.
massimo celani, a minuscola, giugno ‘99
«Quando io uso una parola» disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, «questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno».
'Za pobedu', 'Per la vittoria'
«Quando io uso una parola» disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, «questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno».
«Bisogna vedere» disse Alice «se lei può dare tanti significati diversi alle parole».
«Bisogna vedere» disse Humpty Dumpty «chi è che comanda… è tutto qua».
Citato da Gianrico Carofiglio
ovvero,
Attila Putin
Caligola Putin
Giulio Cesare Putin
Leopoldo II Putin
Ivan IV Putin
Sloth Sar (Pol Pot) Putin
Iosif Vissarionovič Džugašvili Putin
Francisco Macías Nguema Putin
Màtyàs Ràkosi Putin
Augusto Putin
Radovan Putin
(courtesy Massimo Ammaniti)
Gilberto Corbelliniè professore ordinario di Storia della medicinae docente di Bioetica presso la Sapienza Università di Roma.
tutti commissari tecnici
(...) Naturalmente non c’è stata nessuna invenzione dell’epidemia: sostenere, come ha fatto Agamben, che una macchinazione occulta di governo e mezzi di informazione abbia trovato in questa epidemia una nuova occasione, dopo il terrorismo, per impedire gli assembramenti e togliere il potere al popolo, ha la stessa credibilità delle tesi dei novax sul fatto che l’epidemia serva a promuovere la vaccinazione di massa e l’arricchimento delle case farmaceutiche. (...)
disinformazione, miopia e narcisismo intellettuale.
(...) Agamben ha costruito la sua figura di filosofo anti-sistema, per cui il suo intervento sembra mosso piuttosto dalla volontà di confermare i propri discorsi che di capire qualcosa di ignoto, come invece tentano di fare altri studiosi e scienziati – col risultato di convergere con le posizioni più becere degli anarchisti epidemiologici e dei complottisti.
Il povero Rodotà fa il Girmi nella tomba
non siete curiosi di sapere chi si erge a difesa della Costituzione e del dissenso inteso come "bene comune"?
Un murales spunta tra le macerie del paese fantasma dopo la frana del 2005
propongo un cartello di studi
a partire da
Georg Simmel, sulle Rovine
(…) Che ogni dimensione dell'umano "abbia la sua origine dalla terra ed alla terra debba tornare" è una constatazione che va qui al di là del suo triste nichilismo. Fra il non ancora ed il non più si situa un momento positivo dello spirito la cui strada ora certo non indica più la sua vetta ma, sazia della ricchezza di questo culmine, scende giù alla sua patria, facendo in certo modo da pendant al "momento fertile" rispetto al quale quella ricchezza è uno sguardo anticipante che la rovina guarda alle sue spalle. Che la violenza realizzata dalla forza della natura su di un'opera dell'arbitrio umano possa sortire però un effetto estetico presuppone che in quest'opera, per quanto essa sia stata formata dallo spirito, non sia mai svanita del tutto una pretesa giuridica della mera natura. In base alla sua materia, al suo carattere fattuale, l'opera è sempre rimasta natura ed allorché quest'ultima ora se ne riappropria non fa che realizzare in tal modo un diritto, fino ad allora sospeso, al quale essa però per così dire non rinuncia mai. Perciò la rovina sortisce così spesso un effetto tragico – sebbene non triste –, poiché la distruzione qui non è alcunché che provenga assurdamente dall'esterno, bensì è la realizzazione di un indirizzo collocato nello strato d'esistenza più profondo di ciò che è distrutto. Perciò, allorché definiamo "rovina" un essere umano, manca così spesso l'impressione esteticamente soddisfacente connessa alla tragicità ovvero alla segreta giustizia della distruzione. In questo caso, infatti, se anche s'intende che quelle dimensioni psichiche che si designano in senso stretto come naturali, le pulsioni o le inibizioni legate al corpo, le inazioni, gli accidenti, quanto rinvia alla morte, s'impadroniscono degli strati specificatamente umani, validi dal punto di vista della ragione, non per questo si verifica per il nostro sentimento un diritto latente di quelle inclinazioni. Anzi, un diritto di questo genere non esiste neppure. Noi riteniamo – non importa se a ragione o a torto – che simili svilimenti di natura contraria allo spirito non ineriscano alla natura umana, proprio in base al suo senso più profondo; su ogni esteriorità essi posseggono un diritto che è nato con essa, ma sull'uomo no. Perciò, anche a prescindere da considerazioni che stanno sotto altri aspetti, come rovina l'uomo è così spesso triste più che tragico e privo di quella compostezza metafisica che deriva alla decadenza dell'opera materiale da un suo profondo Apriori. Quel carattere di ritorno alla patria non è che un'esplicitazione dell'atmosfera di pace che circonda la rovina. Essa accompagna l'altra sensazione secondo cui quelle due potenze mondane, l'aspirazione verso l'alto e lo sprofondare verso il basso, cooperano nella rovina a formare l'immagine tranquillizzante di un'esistenza puramente naturale. Esprimendo questa pace, la rovina s'inserisce in maniera unitaria nel paesaggio circostante, aderendovi come l'albero e il sasso, mentre il palazzo, la villa e financo la casa colonica, anche dove meglio si adeguino all'atmosfera del loro paesaggio, discendono sempre da un altro ordine di cose e si accordano con quello della natura soltanto come a posteriori. In una costruzione molto antica in aperta campagna, ma soprattutto e in primo luogo in una rovina, si nota spesso una vera e propria uguaglianza di colore con le tonalità del terreno circostante.