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domenica 5 luglio 2015

Luglio 1975

Massimo Clausi mi ha invitato a rimembrar qualcosa dei tempi liceali, con il pretesto di "la notte prima degli esami", rubrica in onda da più di un mese nella pagina di Cosenza de il Quotidiano del Sud. 


photo Vincenzo "Guru" Iaconianni


Quello della maturità
L’anno che verrà
Classe 56, suppongo che la notte prima degli esami sia caduta a luglio del 1975. Non ricordo niente, salvo un voto (52/60) che ratificava correttamente la canzoncina “è intelligente ma non studia”. Ricordo invece molto bene quell’ultimo anno di liceo al Telesio: la compagine, la microfisica del potere, le atmosfere. 


Terza C, mai varcata la soglia della nuova costruzione, tre anni rigorosamente passati in una vecchia aula protetta da colonne monumentali. Dirimpettai i fascistazzi della terza D (o era la B?), noi eravamo tutti “de sinistra”. Prima dell’entrata a scuola spesso facevo diffusione militante de “il Manifesto”, a volte incocciando lo sguardo spavaldo di Mimmo Barile, cinque minuti dopo Letizia Minniti si complimentava ironicamente con lo studente lavoratore che evidentemente al mattino si alzava presto. Ricordo pure il giorno in cui la stessa brava docente andò in visibilio quando si accorse che l’angelica Patrizia, la più bella delle compagne, ignorava il significato di “lussurioso” pensando ingenuamente a una relazione col lusso (evidentemente i falsi amici esistono anche nella lingua italiana). E chi altro c’era in quella classe, più agiata che truculenta, dalla innata confidenza col soft-core del potere? Vediamo un po’: il figlio del senatore Gaudio (credo fosse il fratello dell’attuale rettore di La Sapienza, cattolico da primo banco, molto ben educato, che oggi ricorda il Mattarella - della parodia che ne fa Crozza - condannato all'invisibilità); Stefania la figlia del senatore Frasca, Pierrette figlia dell’ex senatore Gullo, Ernestina figlia del primario (ma sarebbe più corretto dire “l’inventore”) del laboratorio d’analisi dell’Annunziata, Carlo figlio del direttore generale della Cassa di Risparmio, Francesco figlio del presidente del tribunale, Anna figlia di un noto docente di matematica, idem dicasi per Franco che però era di Lotta Continua, il più sveglio e eretico della compagnia, il primo a inaugurare la serie delle migrazioni intellettuali. Tralascio il resto, quasi tutti figli di presidi, professionisti e dirigenti. Chi scrive era il figlio di Spartaco, un ingegnere che lavorava all’OVS (poi Esac, poi Arsa): praticamente, al confronto di quella classe terribile, rappresentavo il sottoproletariato urbano.
Quando molti anni più tardi rincontrai Barile, questa volta all’APT, ero già incline al “come eravamo” e all’autoironia. Citai “compagni di bancomat”, uno slogan che avevo utilizzato proprio per la Carical e lui mi raggelò con una dichiarazione di tutela e rispetto del mio passato oltre che dei tempi dell’agonismo ideologico. Credo avesse ragione: accusai il colpo. Evidentemente il presente modifica il passato e il cinismo come presa di distanza è forma sospetta di elaborazione.


I tanti supplenti di matematica che si avvicendarono rischiavano di brutto se non c’era il gradimento del soviet, pronto a recarsi in delegazione dal preside Giallombardo. La terza C era un concentrato di aristocrazia e di potere, poco o nulla metacognitivi sul punto, forse perché si era tutti sobriamente anticonformisti. Si tirava filone spesso ma non erano anni di Villa Vecchia. Il fido zio Piò scarrozzava Pierrette con la sua cinquecento scassata, indifferentemente per la salita del Liceo o per Torre Alta, una delle umoristiche sedi de Il Manifesto. Noi maschietti eravamo più dromomani grazie alla dotazione di motorini: Raffaele aveva una vespa truccata, una di quelle che “paaaaaaaaaaaaaa” simulava velocità immense ma era ferma, quasi inamovibile; io avevo un Morini quattro-tempi e il privilegio di aver avuto come istruttore di guida Guerino D’Ignazio (attuale direttore di dipartimento e pro-rettore all’Unical); Vincenzo Maria una moto aggressiva (125 di cilindrata) : insieme si andava verso Mendicino nel casino di campagna dei suoi familiari. Lo spasso supremo era quando Carlo, Francesco e Vincenzo Bruno s’impossessavano del mio Scrambler (“366”, la combinazione del lucchetto blocca ruota, la sapevano tutti). Mentre ero da Tonino e Lisandro - barbieri in via Alimena - passavano e ripassavano, anche in tre o in quattro, a mo’ di tortura mentre ero immobilizzato. Lo stesso anno scoprii anche l’antica residenza cittadina dei Maria Greco, a pochi metri di distanza dal vecchio liceo, con una biblioteca che comprendeva sguardi severi di avi alle pareti, incunaboli, quattrocentine, cinquecentine, molti tarli e pure qualche fantasma. Ero un ciuccione, non avevo certo la passione dei libri, ma quel luogo mi stregò. 


Fece il resto il papà di Nunzio Scalercio che alla biblioteca civica prese a passarmi dritte e curiosità (ricordo ancora un saggio di De Frede su Galeazzo di Tarsia). Ricordo pure, come se fosse ieri, quando Danielle, la docente di filosofia, ci condusse all’Unical a sentire una strana conferenza su Freud. Quello diceva una parola, molto spesso in tedesco, ogni 4 minuti e non capii una mazza. Molti anni dopo scoprii che quel signore era Giacomo B. Contri, il traduttore di Jacques Lacan. E che quei lunghi silenzi, in cui cercava di afferrare le parole, mettevano in scena uno sforzo di traduzione. L’università coincideva con il polifunzionale e fu una bellissima giornata di sole. Una dimensione, un clima e un habitat piacevolissimi, che facevano ben sperare.


E’ forse sintomatico che di quell’anno, comunque indimenticabile, ricordi le prime timide uscite, le gite fuori porta, l’affacciarmi in luoghi pertinenti all’educazione e alla formazione ma pur sempre delocalizzati: una preziosa biblioteca privata, quella civica poco distante, il cosiddetto “polifunzionale” immerso nel verde. Per come si sono involute le cose, prevale la delusione per ciò che avrebbero potuto rappresentare quei satelliti. Ma – sulla soglia dei 60 anni – son forse diventato un vecchio brontolone. Qualcosa continua a dirmi però che quell’anno, non dico che mi sia stato utile (ché non ne ho concluso una e ho finito col condurre una vita all’insegna del motto beckettiano “fallisci ancora, fallisci meglio”), ma so che mi sarà utile, ché di maturità manco a parlarne. O forse meglio, che mi sarà stato utile (strano il tempo in cui il futuro modifica il passato). Almeno per ricordare la pensosità di Nino Catera e l’allegra mestizia di Enzo Ferraro. L’understatement di due compagni di classe che non ci sono più.


Massimo Celani
"Il Quotidiano del Sud"
Cosenza, sabato 4 luglio 2015, pagg. 19-20



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