Blog di servizio

qui i post - di solito - decollano per altre destinazioni

martedì 12 maggio 2015

Duellanti dilettanti



che con diletto duettano su:

migrazione/meticciato

moderazione/integrazione

dialettica/intercultura
ovvero,
sono andato a sentire Carmine Abate

Giorgio "Waldorf" Franco conversa con Pacifico Rosicone
(contiene una bonus track di Marina Machì)



-          Ma spiegami, che ci sei andato a fare all’alberghiero di Paola?
M’ingiunge con sagacia e malizia il mio amico e sodale Pacifico Rosicone.
-          Per ascoltare Carmine Abate, lo rimbecco convinto che il suo chiedere equivale a “pretendere spiegazioni”
-          Ma se lo avevi sentito altre volte! Insiste e provoca
-          Non è la stessa cosa: riascoltare presuppone un’attenzione rinnovata, arrischio per non abbandonare il dialogo
-          E che c’è di nuovo? Tutt’al più assaggi una minestra riscaldata. Non demorde il Pacifico che non smette di rosicare.
Abbasso le orecchie e mi fiondo in una di quelle lunghe tirate cui non vorrei incatenarmi. So quanto le argomentazioni scontano l’eredità degli sproloqui: dunque, mio non caro, presenziare ad un’iniziativa culturale non equivale a riciclarsi in una carta assorbente anonima e passiva che tutto ingoia e nulla seleziona.
-          Il conferenziere che parla e posiziona frasi, riflessioni, perfino intercalari, propone schemi e forme di interpretazione del vivere e, non raramente, del convivere, suscitando curiosità, dubbi, interrogativi, ma anche consolidamento di certezze. Lui lancia ami ed esche cui agganciarsi e/o farsi, a seconda dell’identità e dei desideri dell’ascoltatore, eventualmente fagocitare. Dipende, quindi, da chi è seduto di fronte a chi fa da conferenziere, rendere proficuo e fecondo ciò che si dice per la circostanza
-          Ebbè, e allora? Che c’entra tutto questo sproloquio,
non demorde, anzi si incarognisce il mio Lui
Insisto:
-          Io sono andato a sentire Carmine  Abate, nonostante lo avessi  ascoltato in altre circostanze, perché diverse sono le mie attese rispetto alle volte precedenti: oggi  io sono diverso da quattro anni fa, forse anche per merito di ciò che ascoltai e appresi  allora. Insomma voglio dire che il conferenziere non parla ad un pubblico anonimo che non abbia un suo vissuto, che non abbia una sua catena di riflessioni. Tutte cose che gli provengono dalle sue quotidianità, influenzate, perché no, anche dall’ascolto della precedente puntata del Carmine Abate di turno. Il conferenziere semina in un terreno che sia stato precedentemente arato e sistematicamente ben trattato. Se manca uno di questi due elementi dell’incontro, allora, e solo allora, non è il caso di andare a sentire che dice Carmine Abate. Ma questo, scusami, vale per ogni forma di rapporto. 



Non sono molto fiducioso di aver centrato il bersaglio
-          Se ho ben capito, mi hai voluto dire che la conferenza è un’occasione o, per chi la sa cogliere, un’opportunità che favorisce la chiarificazione di dubbi che sono preesistenti alla presentazione del libro, per rimanere alla nostra fattispecie,
mi meraviglia con la sua moderazione il non pacificato Pacifico.
-          Certo, l’Abbate che io ho ascoltato a Paola era lo stesso di quattro anni fa, ma anche diverso rispetto ad allora, perché io sono diverso da allora e percepisco, intuisco e penso cose che, anche per merito suo, ma non solo, sono maturate in me come dubbi e certezze. Essenziale, diciamocelo francamente, è continuare a vivere e interrogarsi dopo aver ascoltato un intellettuale, aver visionato una mostra, presenziato ad un concerto. Pretendere che chi argomenta su aspetti così importanti del vivere come fanno gli intellettuali, esaurisca le nostre attese, equivale a inchiodare il produrre critico ad una forca che ne strangoli gli sviluppi, che, ti ripeto fino alla noia, dipendono anche da chi recepisce, riceve e fruisce quanto gli viene proposto.



Sono consapevole di essere andato lontano, per la verità non solo per colpa mia. Dovevamo parlare di Carmine Abate che ha dialogato con gli studenti dell’Istituto Alberghiero di Paola sull’ultimo suo libro “il bacio del pane”, che per la circostanza s’inscrive nella dimensione vocazionale dell’Istituto e ci siamo impelagati nelle paludi dei massimi sistemi. Ma subito tento di uscire dalle secche, convinto, a questo snodo della discussione, che il mio sodale non si irrigidisca in un’ingenerosa polemica. Entro nella concretezza dell’evento:
-          Carmine Abate ha sostenuto che la dimensione dell’emigrante non è solo quella passivizzante, di chi subendo con rancore l’esclusione di straniero coverà vendetta e rancore, ma anche quella di chi si predispone a tesaurizzare quanto di nuovo s’annida e reclama scoperta dall’altra parte della linea di confine. Non vincolarsi al nostalgico ricordo di un passato che da prossimo si avvia a diventare remoto, ma aprirsi ad un presente che investa in un futuro che si candida a diventare semplice, ma anche complesso. Lo ha fatto Abate coniugando il suo essere calabrese e arbresh con la condizione di germanese che significa emigrante calabrese trapiantato temporaneamente in Germania con una lingua sua, con tradizioni sue, con costumi comportamentali che sommano nella sua persona tutte le varie identità che lo abbracciano e ne formalizzano l’esistente. E’ lo stesso problema dei migranti che sbarcano in Italia provenienti dopo mesi di viaggi attraverso nazioni ed etnie varie e si avventurano a stabilizzarsi nel nord Europa. Sono Eritrei, Sudanesi, Libici, Somali o altro in partenza, ma dopo queste traversate costituiscono un’entità religiosa, linguistica, comportamentale, nuova, inedita, originale, rispetto alla quale i termini calabrese, arbresh, italiano, tedesco, europeo, o anche ghanese, somalo, nigeriano, attendono nomenclature nuove ed una rinnovata sensibilità umana e, perché no, civile. Chi oggi se la sente di identificare la terza generazione di Italiani di New York come Italiani o quella equivalente per età di Algerini viventi nelle banlieue parigine come Algerini?  Non sono Italiani i primi, né Algerini i secondi, ma nemmeno Statunitensi e Francesi. Come Carmine Abate non si circoscrive al suo passato e al suo presente, anche i suoi eredi nel futuro saranno un’entità diversa da Italiani e Tedeschi, ma anche da europei, occidentali e forse da altra qualificazione nazionale con cui i loro antenati erano partiti dalle terre di origine. Vedo che ne ho forzato un po’ il pensiero, ma come ti dicevo, chi ascolta piega anche ciò che sente, curvandolo sulle sue aspettative, pur anche sulla sua ideologia

-          A questo punto le certezze saltano e rimpiangere il tempo perduto diventa una chimerica pretesa, mi suggerisce Pacifico.

Mi vengono in mente i proverbi della nostra adolescenza: non tutti i mali vengono per nuocere, fare di necessità virtù, storta va diritta viene, chi non risica non rosica, chi non semina non raccoglie, e tanto oracolare che ci invitava a non fermarci all’indignazione sterile, alla contestazione che si ingorgava nella lamentela, l’inattività che si giustifica come attesa e denuncia priva di sbocchi. Reputavamo, oggi lo capisco, complici e compromessi quelli che si sedevano al tavolo delle trattative per patteggiare il che fare, dove e come farlo. Molti di noi non capirono che tra il no ed il sì campeggiava un nì che andava riempito di sensi e proposte innovative, prive di narcisistiche autocelebrazioni. Ci fossimo soffermati a capire le ricchezze degli altri, non solo le ragioni, oggi non stazioneremmo a litigare sulle necessità dei migrantes, malintesi comunque ancora oggi come diversi da “tollerare”, anziché come altri con cui valorizzarci a vicenda. Forse questa è l’Intercultura.



-          Lo vedi come la discussione ci fa incrociare a metà strada con il crescente dubbio di non sapere a chi di noi due spetta la precedenza nel giustificare la mia scelta di ascoltare per una seconda volta il medesimo conferenziere?
rispondo impensierito dal dovermi arrestare incredulo ed indeciso su come proseguire.
Mi sovviene un ricordo che partecipo al riappacificato Pacifico:
-          Ricordi il tempo in cui le professioni di fede, non solo religiose, imponevano un mondo diviso e demarcato da linee che non consentissero valichi e passaggi, talché muri e frontiere negavano incontri e condivisioni, impedendo confronti e dialoghi? The Wall (ne fu l’emblema mediatico e canoro), smantellato nell’’ottantanove a Berlino con enfasi e furore, metaforici questi ultimi di una crisi delle ideologie vissute come gabbie interpretative e isolazionismo autoreferenziale. Ognuno parlava per sé, rifiutandosi di ascoltare l’altro, o peggio, reinterpretando l’altro da sé secondo una scala di pregiudizi che minavano gli inviti ad incontrarsi. La Dialettica (questa sì con la maiuscola), che menti elette avevano teorizzato, era stata ignara, però, che le buone intenzioni a dialogare e contaminarsi, si scontravano con una ingiustizia socio economica di caratura mondiale, tale da dividere l’intero pianeta in una graduatoria che si arrestava solo per insopprimibile pudore al quarto mondo. L’errore di fondo, perdonami per l’apparente digressione, era nel confondere equivalenza ed eguaglianza nel definire opportunità e risultati. L’emigrante, per ritornare a ciò che maggiormente ci coinvolge, partiva e rimpiangeva la sua terra natia, il cattolico non ascoltava le ragioni del protestante o il musulmano dell’ebreo, l’europeo dell’africano, il giovane del vecchio, il maschio della donna, il sano del malato, il piccolo del grande, il ricco del povero e potrei continuare all’infinito a significare un’incapacità, se non volontà, ad ascoltare l’altro in una logica di staticità e immobilismo che imprigionava menti, cuori, sensibilità, aspettative, perfino ambizioni. Che accanto a simili chiusure, la saracinesca veniva abbassata anche di fronte a usi e tradizioni degli altri, non credo necessiti sottolineature. Ognuno per sé si fermava dinanzi al tutti per uno, che si sbandierava spesso a sproposito, ma senza un’effettiva concretizzazione. Era a questa l’Italia e al mondo intero cui ho pensato allorquando Carmine Abate ha dichiarato di aver appreso e depositato, fatto conoscere e scoperto, imparato e insegnato in una avventura di emigrante che ad oggi è transitata linguisticamente verso la nuova versione di migrante, ma pretende una nuova formalizzazione semantica. Perché diversa è la natura di chi parte oggi rispetto a chi lo faceva cinquant’anni fa e speriamo che nei prossimi decenni sarà maggiormente diversa.

-          Da quello che dici, ho il sentore che ti sei ammorbidito, non mi sembri molto sicuro delle vecchie certezze, quando non concedevi repliche a chi non condivideva il tuo pensiero.
Mi rimprovera e mi rinfaccia Pacifico Rosicone, felice di aver scoperto una falla nelle mie granitiche convinzioni di un tempo.

Per la verità ho scoperto che anche coloro che professavano fedi incrollabili non erano vaccinati contro ripensamenti ed autocritiche. Se guardiamo al di là delle scorze individuali di alcune figure emblematiche della storia che ci ha preceduti, forse queste verità non ci sembrano nuove nelle cronache delle loro quotidianità. Ma al di là di grandi discorsi, senza voler insaporire o insolentire nessuno, la verità oggi è una sola: Nessuno possiede la verità in tasca e chiunque entra nella casa dell’altro, non tralasci il suo bagaglio, ma non pretenda di depositarlo nel luogo altrui senza rispettarne gli spazi e le compatibilità. Confesso con candore la mia autocritica.

Per un attimo avevo perso di vista il mio interlocutore, pensavo si fosse allontanato. Alla fine ho scoperto che era sparito. Forse era corso all’anagrafe a cambiarsi nome e cognome.



Fatalmente ti trasformi e sei sempre tu
di Marina Machì



Carmine Abate, calabrese d’origine, vissuto a lungo all’estero e poi in Trentino, riceve oggi in Calabria un piccolo riconoscimento, da parte dell’Amministrazione comunale di Cosenza, e lo riceve dalle mani di un’emigrata al contrario. Romana d’origine, vissuta a Parigi, a Madrid e poi a Trieste, anche io, come lui, ho vissuto l’esperienza di chi è considerato sempre altro (italiana in Francia, francese in Italia, romana a Cosenza, calabrese a Roma).  La Calabria è dunque per me un punto d’arrivo e non un punto di partenza.
Ma il punto di partenza, quello di arrivo e le terre di mezzo, ci insegna Carmine Abate, non si escludono, perché si vive, anzi è necessario vivere per addizione (sintagma che ha dato il titolo ad un suo libro). Non esiste identità pura.
“Être singulier pluriel”, essere singolare plurale, senza virgole, senza interpunzione, scrive Jean-Luc Nancy. Il suo amico e maestro, Jacques Derrida aveva coniato un neologismo, la différance (scritto con la “a” invece che con la “e”), tradotto in italiano con “differanza”.
Cito spesso questa parola, mi è capitato di farlo in più occasioni accogliendo gli studenti dei progetti Comenius ed Erasmus ospiti delle scuole di Cosenza, mettendoli in guardia dal non cercare qui, all’estero, lo stereotipo dell’altro, il folklore, in una canonica opposizione stesso/altro, identico/diverso. Perché appunto la differenza/differanza contiene il differire, non è statica, è un qualcosa di dinamico, è sempre in movimento e questo continuo movimento è appunto ciò che definisce l’identità. 
Per dirla con i versi di Pedro Salinas: “Tu sei il tuo stesso più oltre, come la luce e il mondo: giorni, notti, estati, inverni che si succedono. Fatalmente ti trasformi e sei sempre tu, nel tuo stesso mutamento, con la fedeltà costante del mutare”. (La voce a te dovuta)
Assieme all’amico Pino Sassano abbiamo voluto intitolare l’incontro di stasera “I paesaggi di Carmine Abate”. I suoi paesaggi, quelli così intensamente descritti nei suoi racconti e nei suoi romanzi – la sinestesia di luci, suoni, colori, profumi – il rosso della collina del vento, il suono della chitarra battente, i termini e le espressioni dialettali, il profumo dei fiori e dei cibi – sono sì i paesaggi della sua terra d’origine, ma segnati dalla giusta distanza (Gianluca Veltri in un articolo dedicato al ciclo di Hora apparso su “Mucchio selvaggio” scrive giustamente che “è tutta una questione di sguardo”), diventano paesaggi interiori: landscape diventa inscape.
E questo passaggio, da landscape a inscape, da paesaggio geografico a paesaggio interiore, lungi dal rendere singolare l’esperienza dell’autore, la universalizza.
La condizione umana, l’essere, ce lo ha insegnato Heidegger, è abitare. O meglio, abitare è essere. Ma essere, abitare, non è riferito ad una casa o ad un luogo specifico, bensì si attribuisce ad ogni luogo, al mondo stesso in cui si svolge la vita umana. Da-sein, “esserci” è un’espressione poetica che designa, in un doppio senso, temporale e spaziale, il limite esistenziale dell’essere umano.
E Carmine Abate, partendo dalla Calabria, attraverso la sua scrittura, trasmette un sentimento di appartenenza che è allo stesso tempo singolare - perché parte dall’esperienza del singolo - e universale – perché appartiene a ciascuno di noi.
Grazie a Carmine Abate per aver rappresentato universalmente i sentimenti della nostra terra.

Marina Machì
(in occasione del Telesio d’argento assegnato a Carmine Abate)
22 dicembre 2012

Nessun commento:

Posta un commento

cosa ne pensi?

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.